Il centro della questione meridionale (QM) è Torino.
A Torino si intrecciano molti fili della storia d'Italia ed in particolare quelli riguardanti la questione meridionale.
La QM rimane ancor oggi un, forse il, tema fondamentale dell'intera nazione italiana. Anche quando, specie in quest'ultimi anni, si parla di questione settentrionale in realtà non è altro che il riflesso della sua omologa meridionale.
Si può credo affermare che la stessa rilevanza di un tema politico-sociale italiano è misurato sulla quistione. Nel caso in cui un tema non contenesse in sé anche la QM, questo tema è secondario.
Chi, meglio di altri, ha colto il rapporto tra nord e sud e la necessità di unire le lotte tra proletariato urbano del nord e masse contadine del sud fu Antonio Gramsci. Non credo si possa affrontare la QM senza fare riferimento alla quistione meridionale gramsciana.
Già all'inizio della seconda decade del novecento, fu proprio Torino dunque il fulcro ideologico e politico della QM e del suo sviluppo e studio nei decenni a seguire.
Due sono infatti gli eventi simbolici che avvennero a Torino in quei anni. Il primo fu nel 1914, quando un gruppo socialista di "Ordine Nuovo" (Gramsci et al.) propose la candidatura di Gaetano Salvemini al IV collegio della città di Torino (Borgo San Paolo). In quella scelta c'è tutta la lungimiranza del pensiero gramsciano. Infatti, candidando Salvemini, noto meridionalista ed antigiolittiano, a Torino si univano simbolicamente due lotte proletarie fino ad allora estreanee ed in conflitto: quelle urbane del nord a quelle contadine del sud.
Scrive Gramsci su due comizi di Salvemini a Torino.
Tenne infatti due comizi grandiosi alla Camera del Lavoro e in piazza Statuto, tra la massa che vedeva ed applaudiva in lui il rappresentante dei contadini meridionali oppressi e sfruttati in forme ancora più odiose e bestiali che il proletariato settentrionale.
Antonio Gramsci, Alcuni temi della Quistione meridionale, 1926
Era dunque assorbito nel proletariato torinese il legame profondo che univa due mondi lontani non solo geograficamente, questo ben prima della massiccia immigrazione dal sud dal secondo dopoguerra in poi.
Purtroppo Salvemini rifiutò la candidatura, proponendo addirittura al suo posto un Mussolini allora ancora socialista. Comunque la QM entrò nel cuore del proletariato torinese, che "aveva dimostrato di aver raggiunto un altissimo grado di maturità e capacità politica" (A. Gramsci)
La modernità del proletariato torinese ed il suo spirito avanguardistico è protagonista anche del secondo evento simbolico.
Mi riferisco in particolare ai fatti dell'agosto del 1917, alla rivolta di uomini, donne e bambini contro la fame e le condizioni estreme di quei anni di guerra.
Per conoscere i fatti di allora vi consiglio la visione di una video intervista ad un testimone e protagonista di quell'evento, Giovanni Novaretti.
Quel tragico contatto tra i soldati della Brigata Sassari e gli operai torinesi è ben descritto in un colloquio tra un conciapelli emigrato di Sassari ed un giovane contadino di Sassari arruolato nella Brigata.
"Cosa siete venuti a fare a Torino?" "Siamo venuti a sparare contro i signori che fanno sciopero". "Ma non sono i signori quelli che fanno sciopero, sono gli operai e sono poveri". "Qui sono tutti signori: hanno il colletto e la cravatta: guadagnano 30 lire al giorno. I poveri io li conosco e so come sono vestiti, a Sassari, sì, ci sono molti poveri; tutti gli zappatori siamo poveri e guadagniamo 1,50 al giorno". "Ma anche io sono operaio e sono povero". "Tu sei povero perché sei sardo". "Ma se io faccio sciopero con gli altri sparerai contro di me?". Il soldato rifletté un poco poi [...] "Senti, quando fai sciopero con gli altri, resta a casa!".
Antonio Gramsci, Alcuni temi della Quistione meridionale, 1926
Eppure, malgrado la gravità di quei fatti, fece breccia nei poveri soldati sardi la consapevolezza di classe.
Essi hanno illuminato per un momento cervelli che non avevano mai pensato in quella direzione e che sono rimasti impressionati, modificati radicalmente
Antonio Gramsci, Alcuni temi della Quistione meridionale, 1926
Torino dunque ha saputo cogliere e capire la dimensione e l'importanza della QM. Perciò alla luce dei fatti del 1914 e 1917 si comprende perché Torino ha saputo accogliere centinaia di migliaia di immigranti dal sud Italia. Perché a Torino spetta il ruolo di simbolo dell'emigrazione.
Oggi, nei giovani immigrati dal sud non si osserva la giusta attenzione ai temi sociali. Si lavora e si convive assieme, certo, e senza apparenti conflitti. Eppure le giuste rivendicazioni di un sud, stremato da una disoccupazione impietosa, non si alleano alle lotte di una classe operaia torinese invisibile ai più ed umiliata.
Ancora dopo un secolo è necessario risolvere la QM attraverso l'alleanza tra nord e sud. Ancora dopo un secolo abbiamo bisogno dello stesso coraggio delle donne e uomini di quel Agosto del 1917.
Bibliografia
Antonio Gramsci, Nel mondo grande e terribile. Antologia degli scritti 1914-1935 a cura di Giuseppe Vacca, Einaudi, 2007.
Il confronto reale tra "fascismi" non può essere dunque "cronologicamente" tra il fascismo fascista ed il fascismo democristiano: ma tra il fascismo fascista ed il fascismo radicalmente, totalmente, imprevedibilmente nuovo che è nato da quel "qualcosa" che è successo una decina di anni fa. Poiché sono uno scrittore, e scrivo in polemica, o almeno discuto con altri scrittori, mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è successo in Italia una decina di anni fa. Ciò servirà a semplificare ed abbreviare il nostro discorso (e probabilmente a capirlo meglio). Nei primi anni sessanta, a causa dell'inquinamento dell'aria e, soprattutto, in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e le rocce trasparenti) sono incominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c'erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta). Quel "qualcosa" che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque "scomparsa delle lucciole"
(Pier Paolo Pasolini, Il vuoto del potere in Italia; Corriere delle Sera, 1975)
Con queste parole Pasolini descriveva in forma "poetica" la dittatura del consumismo. Impressiona in Pasolini la capacità di analisi "profetica". Ad oltre 35 anni in quell'articolo è facile leggere l'Italia di oggi e del suo neofascismo. Come sosteneva lo stesso Pasolini, la dittatura del consumo si è affermata in pochi anni ed ha cancellato in Italia la secolare cultura contadina o la più recente cultura paleoindustriale. Prima e dopo l'Italia con tempi e dinamiche più o meno simili, la dittatura del consumo si è diffusa nel mondo.
La svalorizzazione del mondo umano cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose [...] Questo fatto non esprime altro che questo: l'oggetto che il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si contrappone difronte ad esso come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che produce. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, è diventato una cosa, è l'oggettivizzazione del lavoro. [...] Questa realizzazione del lavoro appare allo stadio dell'economia privata come un annullamento dell'operaio, l'oggettivizzazione appare come perdita ed asservimento dell'oggetto, l'appropriazione come estraneazione, come alienazione.
(Karl Marx, Manoscritti economici-filosofici del 1844, Einaudi 2004, pag 68)
Marx spiega come nel lavoro che produce un valore d'uso l'operaio realizza la sua umanità, le sue abilità: il valore d'uso è un valore sociale. Quando invece il lavoro vale solo per la merce che produce, non viene più oggettivizzata l'umanità dell'operaio. Di conseguenza tutta la storia socio-culturale e biologica da cui provengono quelle abilità, che hanno permesso la produzione di quel prodotto, sono escluse. Tale esclusione porta inevitabilmente all'alienazione dell'operaio.
L'alienazione descritta da Marx non è altro che la scomparsa delle lucciole pasoliniana. L'anziano, che non riconosce nei nuovi giovani se stesso giovane, è l'uomo/operaio che non trova più nel mondo che ha prodotto la proprie tracce: "l'uomo completamente perduto a se stesso" (Karl Marx)
La ragione del successo del consumismo non risiede solo nella forza/ideologia economica del capitalismo e della politica che l'ha sostenuta, ma anche nella capacità che possiede di attivare meccanismi cognitivi che inducono ognuno di noi a consumare. Non consumiamo per libera scelta, anche se spesso crediamo di farlo, né per un vero piacere. Dietro l'atto del consumo c'è la necessità di placare un'astinenza. L'atto del consumo porta ognuno di noi ad essere tossicodipendente. Il momento del consumo genera un piacere: breve, più o meno intenso, che lascia un senso di vuoto al suo termine. Più o meno come uno stupefacente. Questo non crea, salvo in alcuni, veri e propri comportamenti patologici, ma processi cognitivi alla base del fenomeno (consumo/tossicodipendenza). Fosse il consumismo una semplice dipendenza che provoca piaceri effimeri, non sarebbe nemmeno una tragedia. Il guaio è che questa dipendenza è una dittatura, che limita od annulla gli spazi di libertà, che misura le nostre vite in base di ciò che possediamo (la meritocrazia del possesso: più hai più meriti di avere), che impoverisce e deprime. Una dittatura del consumo che genera montagne di rifiuti solidi e, quel che è peggio, umani. Rifiuti umani incapaci di rispondere all'omologazione coatta fascista. Il consumismo agisce sulle nostre menti, mentre è impermeabile a qualsiasi influenza individuale. Si rimane soli e passivi davanti al potere del denaro.
Eppure qualche lucciola c'è ancora. Lucciole che resistono. Lucciole rosse.
sciopero generale CGIL 6 maggio 2011
A Torino la natura è stata particolarmente severa nella scomparsa delle lucciole. Questo ha determinato la selezione di ceppi molto resistenti, che non piegano la testa. Lucciole di Mirafiori, della Bertone (e Pomigliano). La risposta che hanno saputo dare gli operai ai ricatti aziendali è il nucleo attorno al quale costruire la lotta di liberazione dalla dittatura del consumo. Le lucciole rosse di Mirafiori e della Bertone hanno attorno sé altre lucciole: studenti, precari, disoccupati. Mondi che prima erano separati se non in conflitto con il mondo operaio della fabbrica. Oggi si sgretola il muro della menzogna che ha posto in contrapposizione il mondo del lavoro precario con quello eufemisticamente "tutelato".
Iniziano le lucciole rosse anziane a riconoscere nei nuovi giovani se stessi giovani.
lucciola rossa pensante
Bibliografia
Pier Paolo Pasolini, Il vuoto del potere in Italia;
Corriere delle Sera, 1975
Karl Marx, Manoscritti economici-filosofici del 1844,
Quanto è bella Torino con migliaia di tricolori che pendono da mille e mille balconi.
In passato il tricolore veniva esposto solo in occasione di eventi sportivi quali il mondiale di calcio.
Mano a mano che l'Italia avanzava verso la finale, aumentavano le bandiere esposte. Era un gesto come a voler indicare: "io ci credo nella vittoria". I più ottimisti addirittura esponevano bandiere celebrative di una vittoria che doveva ancora essere conquistata.
Oggi le bandiere celebrano i 150 dell'Unità d'Italia.
Percorrendo le strade mi godo questo spettacolo di colori, ma mi chiedo che significato abbia per ognuno esporre il tricolore. Cosa c'è dietro la scelta di fare o non fare un gesto simbolico e pubblico come porre una bandiera? Da quello che ho colto mi pare che ci sia un elemento comune a tutti: l'orgoglio di essere Italiani. Magari un orgoglio amaro, ma pur sempre sincero.
Essere orgogliosi ed appartenere ad una comunità è un atto naturale. L'uomo è un animale sociale per cui necessita di appartenere ad una comunità, ad una tribù. Oggi, come da qualche secolo, lo stato-nazione assurge a ruolo di "comunità immaginaria". Oggi le "comunità immaginarie" permettono ad ognuno di appartenere ad una comunità, di soddisfare quel bisogno di essere un animale sociale. Perciò essere orgogliosi di appartenere ad una nazione è prima di tutto un atto vitale. Certo si può scegliere di non riconoscersi in una "comunità immaginaria", ma l'atto stesso di non scegliere ci inserisce in un'altra "comunità immaginaria": politica, religiosa o semplicemente di anti-qualcosa. In una "comunità immaginaria" tutte le persone appartenenti a quel gruppo non interagiscano tra loro faccia a faccia, ma necessitano di condividere un'idea comune, ad esempio pensarsi italiani.
Perché uno stato esista occorre che i suoi abitanti ci credano, e perché lo facciano il potere politico deve convincerli. Sono i nazionalismi che creano le nazioni e non il contrario, anche perché, come afferma Ernest Renan,"l'esistenza di una nazione è un plebiscito quotidiano".
(Marco Aime, Il primo libro di antropologia, 2008; Einaudi, pag. 175)
Per cui esporre il tricolore è un momento, fondamentale, dell'esistenza di una nazione. Quindi è un gesto fortemente politico, spesso anche in contrasto a chi vuole dividere questo paese. Un momento di appartenenza, ma anche di scontro. In particolare a Torino è piuttosto comune un sentimento anti-leghista. La stessa presenza di un presidente regionale della Lega viene vissuto come un dominio "straniero". Quindi il tricolore sul balcone marchia un territorio, lo difende.
la bandiera di Andrea
Il tricolore esposto con orgoglio è anche un gesto gioioso, di festa appunto. Non colorato di verde bile dell'egoismo, ma di verde speranza che questo paese ce la faccia. La speranza che credo sia rappresentata bene dalla piccola bandiera fatta da mio figlio all'asilo nido.
W l'Italia! W la Repubblica!
Bibliografia Marco Aime, Il primo libro di antropologia, 2008; Einaudi